^ Vai in alto

Anche se forse sembrerà difficile da credere, la parte più gratificante del mio lavoro non è rappresentata dai passaparola tra genitori ed insegnanti soddisfatti dei percorsi realizzati o dalla stima mostrata dalle persone anche se, senza alcun dubbio, sono cose che danno molta soddisfazione e forniscono conferme positive per l’autostima di cui tutti abbiamo bisogno.

L’aspetto più motivante della mia professione è vedere che i miei pazienti ricominciano a credere in sé stessi, e tornano ad investire sulle loro potenzialità, avendo trovato strategie funzionali ad ottenere successo e gratificazione.

Spesso si utilizzano questi due termini come se fossero sinonimi, ma in realtà indicano due condizioni molto diverse tra di loro.

Quando si parla di “difficoltà” si intende una fragilità transitoria rispetto ad un apprendimento che solitamente rientra in tempi brevi, talvolta in maniera spontanea, o, in altri casi, si risolve tramite un breve ciclo di trattamento riabilitativo (che funge da “spinta”).

Un “disturbo”, al contrario, è una condizione presente per tutto l’arco di vita di una persona, che può essere compensata parzialmente tramite ripetuti cicli di trattamento, ma non sparisce mai del tutto.

La maggior parte delle consulenze che ci vengono richieste riguardano presunti disturbi degli apprendimenti (DSA) o del linguaggio. Un ambito altrettanto importante su cui voglio fornirvi qualche indicazione è quello della scrittura, e delle abilità grafo-motorie in generale, che spesso non vengono prese in considerazione. In genere, infatti, si tende a pensare che una brutta grafia sia dovuta ad eccessiva fretta e svogliatezza, e che una cattiva prensione (come viene impugnata la matita) in bambini piccoli si modificherà spontaneamente con la crescita.

 

 

E’ solo pigrizia…
Prima o poi parlerà…
Ogni bambino ha i suoi tempi ma forse sarebbe meglio richiedere una consulenza…

Relativamente al linguaggio, i dubbi e le perplessità dei genitori sono anche maggiori rispetto alle difficoltà scolastiche… “Il mio bimbo non parla, parla poco, parla ma non si riesce a capire cosa dice...” che fare?

I genitori che arrivano in consulenza spesso sono confusi perché hanno ricevuto suggerimenti contrastanti... ”E’ solo pigrizia…”, “Prima o poi parlerà…”, “Ogni bambino ha i suoi tempi ma forse sarebbe meglio richiedere una consulenza…”.

Conosciamoci... vi racconto brevemente il percorso che mi ha portata ad occuparmi di Neuropsicologia dello Sviluppo.

Io sono una Psicologa Psicoterapeuta di Parma specializzata in “Neuropsicologia dello Sviluppo”. Questa terminologia, che può impressionare i genitori e risultare piuttosto complessa, in realtà sta semplicemente ad indicare quella branca della psicologia che valuta l’evoluzione delle singole funzioni, siano esse il linguaggio, le abilità motorie, i disturbi dell’apprendimento, la qualità del pensiero logico o le funzioni trasversali (attenzione, memoria, pianificazione…) e che permette di intervenire sulle traiettorie di sviluppo naturali, con trattamenti mirati che vengono monitorati e modificati tramite verifiche periodiche.

Prima di entrare nel merito della mia professione, come mamma, vi vorrei raccontare la mia storia per farvi capire da dove nasce la passione per il mio lavoro e aiutarvi a considerare sotto una luce diversa la possibilità di un eventuale consulenza per i vostri figli.

“Mio figlio è dislessico. La diagnosi è recente e io e mio marito non sappiamo come muoverci. Ci siamo informati e abbiamo letto che c’è chi suggerisce di procedere con gli strumenti compensativi e dispensativi e chi invece promuove l’utilità e l’efficacia dei trattamenti riabilitativi."

Optando poi per l’intervento riabilitativo si pone non solo il problema di quale tipo di trattamento effettuare ma anche di definirne le modalità e la frequenza.

Quali devono essere la durata e la frequenza perché possa essere efficace?

Per un genitore i quesiti non finiscono mai... Una volta che si è deciso di procedere con un trattamento riabilitativo si pone il problema di definirne una frequenza ed una durata, che possano dare dei risultati significativi e che, al contempo, siano compatibili con l’organizzazione famigliare.

In linea di massima è possibile affermare che qualsiasi tipo di trattamento sortisce degli effetti a livello qualitativo ma, in ambito riabilitativo, perché un percorso possa essere ritenuto efficace, è necessario che gli esiti siano clinicamente significativi (ossia che siano superiori a quelli che si sarebbero ottenuti tramite l’evoluzione spontanea) e generalizzabili.

Si sente spesso parlare di strumenti compensativi e di misure dispensative da inserire nel PDP (Piano Didattico Individualizzato), in modo che possano essere poi adottati a scuola e nella quotidianità per favorire gli apprendimenti.

Strumenti Compensativi

Ma, rimanendo fermi nell’intenzione di sgombrare il campo da fraintendimenti, vediamo di definire dettagliatamente di cosa si tratta, poiché una persona “non addetta ai lavori” non è tenuta a sapere quali siano quelli maggiormente idonei per bambini e ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento.

Intuitivamente verrebbe da pensare che, come una qualsiasi visita medica, una valutazione degli apprendimenti possa essere effettuata nel corso di una singola seduta e in qualsiasi momento della giornata.


Andremo ora ad analizzare, nel dettaglio, i motivi per cui queste convinzioni siano entrambe errate.

Per effettuare una valutazione completa degli apprendimenti è necessario valutare le principali abilità scolastiche ossia la lettura, la scrittura e la matematica.

Perché vari tipi di prove per valutare una stessa abilità?

Ognuna di queste abilità viene analizzata sotto vari aspetti.

Se sta attento fa bene.
Quando legge pensa ad altro.
Se si concentra riesce a correggere gli errori quindi, se stesse più attento, non ne farebbe.

Queste sono le frasi più ricorrenti riferite dai genitori nei colloqui iniziali, frasi che tendono a sottostimare il problema reale. Queste frasi riconducono le difficoltà scolastiche a scarso investimento, perché i genitori trovano altrimenti inspiegabile il fatto che i figli riescano ad apprendere senza alcuna difficoltà concetti molto complessi (però letti o spiegati da altri) e poi cadano in compiti banali, come la lettura e la scrittura o la memorizzazione delle tabelline.

 

Copyright © 2013. Neuropsicologi.it  Rights Reserved.